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Decarbonizzazione e transizione energetica: a che punto siamo?

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La necessità di ridurre le emissioni globali e di accelerare la transizione energetica è uno dei temi più caldi degli ultimi anni. Non si tratta di proteggere il pianeta: basti guardare l’impatto della Crisi in Medio Oriente sulle nostre bollette per capire quanto quest’argomento ci riguardi nel quotidiano.

Per questo, abbiamo preparato per te un approfondimento su problemi, soluzioni possibili e obiettivi della transizione energetica 🌍

Indice

Processo di decarbonizzazione: a che punto siamo?

La riduzione delle emissioni globali di CO2 è un obiettivo primario per il benessere del nostro pianeta: l’emissione di gas serra è il responsabile del riscaldamento climatico.

L’impatto del riscaldamento globale è visibile tutti i giorni: eventi climatici estremi si imbattono su zone temperate, danneggiando agricoltura, trasporti e progressivamente anche la salute e l’assetto geopolitico mondiale. Per questo, rallentarlo è fondamentale.

Tra il dire e il fare, però, ci sono delle differenze: se l’obiettivo della riduzione della CO2 è noto da anni, non sempre possiamo dirci soddisfatti dei risultati raggiunti.

Abbiamo raccolto l’andamento della produzione di CO2 mondiale, europea e italiana negli ultimi 20 anni, e questi sono i risultati:

Vediamo, infatti:

  • Che a livello mondiale, le emissioni sono in continuo aumento: se hanno avuto un calo nel 2020 grazie allo stop delle attività industriali per il COVID-19 (-5,20%), queste continuano ad aumentare di circa l’1% anno dopo anno, per un incremento totale di circa il 30% in vent’anni. A trainare questa crescita sono la Cina (32%) e l’India (8%), paesi che, pur aderendo all’Accordo di Parigi, stanno vivendo un’incontrollata crescita demografica e industriale. Tra i paesi più inquinanti ci sono anche gli Stati Uniti (13%), che invece sono usciti dall’Accordo di Parigi nel 2025.
  • In Europa e in Italia c’è un’inversione di tendenza rispetto al resto del mondo, che vede un’effettiva e progressiva riduzione di CO2. Da notare come la crisi economica del 2009, quella sanitaria del 2020 e quella energetica del 2022-23 hanno rappresentato un’accelerazione forzata di questo processo.

E tu, invece, quanta CO2 produci con le tue abitudini? Scoprilo calcolando la tua impronta ecologica 🤓

La transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio è oggi guidata da una rete di accordi internazionali e strategie istituzionali che definiscono obiettivi, scadenze e strumenti concreti per contrastare il cambiamento climatico. Ecco i principali programmi di decarbonizzazione attualmente in vigore, cosa prevedono e a che punto siamo 👇

Leggi di più sulle strategie di decarbonizzazione 👇
Accordo di Parigi (2015)

Firmato da 196 Paesi nel dicembre 2015, è il primo accordo globale legalmente vincolante sui cambiamenti climatici. Costituisce l’attuazione operativa della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), la cornice internazionale di riferimento per tutte le politiche climatiche, attiva dal 1992.

Lo scopo ultimo è di evitare che la temperatura media globale aumenti di 2°C rispetto all’era preindustriale, con l’impegno ideale di mantenere l’aumento di massimo +1,5°C entro il 2050. Gli obiettivi da raggiungere sono:

  • Raggiungere la carbon neutrality entro il 2050, cioè conseguire un bilancio neutro delle emissioni globali di gas serra.
  • Presentare periodicamente i Contributi Determinati a Livello Nazionale (NDC), ovvero piani nazionali d’azione climatica con obiettivi progressivamente più ambiziosi, aggiornati ogni cinque anni.
  • Monitorare i progressi attraverso il Global Stocktake, una verifica che ogni cinque anni fa il punto su quanto i Paesi stiano effettivamente riducendo le emissioni e finanziando la transizione. Il primo ciclo si è concluso alla COP28 di Dubai nel 2023.

A CHE PUNTO SIAMO?

Il primo Global Stocktake, concluso alla COP28 di Dubai, ha fornito una fotografia chiara della situazione: 

  • Le emissioni globali devono essere ridotte del 43% entro il 2030 rispetto al 2019 per restare entro 1,5°C di aumento, ma i trend attuali sono ben lontani da questa traiettoria. Quasi tutti i Paesi hanno concordato sull’impegno a triplicare la capacità di energie rinnovabili e a raddoppiare l’efficienza energetica entro il 2030. 
  • Da allora, il quadro si è ulteriormente complicato: gli Stati Uniti si sono ritirati dall’Accordo nel gennaio 2025 con un ordine esecutivo del presidente Trump.
  • Secondo il rapporto ONU sulle emissioni, con le attuali politiche si arriverebbe a un aumento della temperatura di 2,8°C, cioè quasi il doppio rispetto all’obiettivo ideale di 1,5°C.
Green Deal Europeo e Pacchetto Fit for 55 (2019-2021)

Il Green Deal è un accordo presentato dalla Commissione europea nel 2019 con lo scopo di rendere l’Unione Europea un’economia sostenibile. Da qui il pacchetto legislativo Fit fot 55, cioè 13 riforme che traducono le ambizioni del Green Deal in obblighi concreti per Stati membri e imprese.

Gli obiettivi sono:

  • Raggiungere la neutralità climatica (zero emissioni nette) entro il 2050.
  • Ridurre le emissioni di CO2 di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. 
  • Incrementare la quota di energie rinnovabili dal 40% al 45% (42,5% entro il 2030).

Gli ambiti d’intervento sono vari: energetico in primis, ma anche trasporti, edilizia, industria, agricoltura. Ecco invece gli strumenti legislativi fissati:

  • Riforma dell’ETS (Emission Trading System): il mercato europeo delle emissioni, attivo dal 2005 e potenziato con il Fit for 55. In pratica, chi inquina paga: le aziende acquistano permessi per emettere CO2, e più emettono più spendono. Ora esteso anche a trasporto marittimo, edifici e trasporto su strada.
  • CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism): è una tassa sulle emissioni di CO2 applicata ai prodotti importati nell’UE da Paesi senza vincoli climatici. In sostanza, se un paese UE produce inquinando all’estero, al momento dell’ingresso del prodotto in Europa paga la differenza. 
  • Standard emissioni auto: si tratta di un tetto massimo di CO2 che le auto nuove possono emettere. L’obiettivo è arrivare al 2035 con il divieto di vendita di auto nuove a benzina e diesel, spingendo verso veicoli elettrici, ibridi o a carburanti sintetici.

Fin’ora, i risultati raggiunti non sono incoraggianti. Per le auto, è stata fatta una revisione sostanziale degli obiettivi: dal divieto totale di auto a benzina o diesel dal 2035, si è passati all’obiettivo del 90% di auto elettriche entro il 2035, con spazio per ibridi, biocarburanti e carburanti sintetici.

Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC)

Il PNIEC è il piano strategico, richiesto a ogni stato UE, che definisce dove l’Italia deve arrivare entro il 2030 su energia e clima. È la traduzione nazionale degli impegni europei nel quadro dell’Accordo di Parigi. 

Gli obiettivi sono:

  • Ridurre le emissioni di CO2 del 55% rispetto ai livelli del 1990.
  • Incentivare la copertura delle rinnovabili sui consumi elettrici del 39,4%.
  • Abbandonare l’utilizzo del carbone.

Per trasformare questi obiettivi in azioni concrete, il Governo adotta una serie di misure attuative. Eccone alcune:

  • Conto Termico 3.0: incentivi gestiti dal GSE per sostituire vecchi impianti di riscaldamento con soluzioni efficienti e rinnovabili (pompe di calore, caldaie a biomassa, fotovoltaico termico). 
  • Transizione 5.0: sono crediti d’imposta per le imprese che investono in tecnologie green e digitali per ridurre i consumi energetici.
  • Contratti di Sviluppo: sono agevolazioni per investimenti industriali in tecnologie pulite, dai pannelli fotovoltaici alle batterie.
  • Nel contesto dell’attuazione del PNRR (altro piano europea per rilanciare l’economia dopo il COVID-19), sono stati istituiti finanziamenti dedicati a biometano, agrivoltaico e Comunità Energetiche Rinnovabili, con scadenze operative tra il 2026 e il 2027.

Quali sono le fonti di gas serra in Italia

Il carbonio (CO2) rientra tra i cosiddetti gas serra, categoria di sostanze nocive che comprendono anche il metano (CH4), il protossido di azoto (N2O) e i gas fluorurati (come HFC, PFC e SF6). 

Ma quali sono le principali fonti di emissione? A darci questo dato è il report ISPRA aggiornato al 3° trimestre del 2025:

A produrre una maggiore quantità di gas serra sono i trasporti (26%) e la produzione di energia (24%), in aumento per il maggiore ricorso al gas naturale (+1,2% rispetto al trimestre precedente). Il riscaldamento residenziale, invece, produce ben il 19%. A seguire, abbiamo la produzione industriale non energetica (18%), i processi agricoli (8%) e lo smaltimento dei rifiuti (4%).

Da questo quadro emerge il grande problema dell’energia in Italia: la produzione di elettricità e il riscaldamento, per cui è impiegato il gas naturale, costituiscono insieme il 45% di tutte le emissioni.

Quanta energia consumiamo?

Sappiamo quanti gas serra produciamo, ma non quanta energia consumiamo: in questo caso nel computo rientra anche il dispendio di energia proveniente da fonti rinnovabili. Per quanto meno impattante, è comunque una curiosità indicativa dell’attenzione italiana all’ambiente e agli sprechi.

Negli ultimi cinque anni la domanda elettrica italiana ha attraversato fasi alterne, oscillando in una fascia compresa tra 305 e 312 TWh. Dopo la ripresa post-pandemia del 2021, il 2023 ha segnato un calo del 2,5% sul 2022.

Il 2024 ha poi registrato un rimbalzo ulteriore (+2,2% rispetto all’anno precedente), ma il 2025 ha subito corretto il tiro attestandosi a 311,3 TWh, in lieve flessione dello 0,6%.

Come abbiamo detto, però, consumi stabili non significa emissioni stabili. Il dato in TWh misura quanta elettricità si usa, ma le emissioni di CO2 dipendono da come la si produce. La vera partita della decarbonizzazione si gioca sulla sostituzione delle fonti fossili, non solo sulla riduzione della domanda.

Il problema della produzione di energia da combustibili fossili, però, non è solo del pianeta 👇

Energia, perché dipendere dal gas è un problema

Come hai potuto capire già dai dati sulle emissioni, il gas naturale è ancora una fonte molto utilizzata in Italia per la produzione di energia e per il riscaldamento.

Secondo il report di Terna sulla domanda elettrica nel 2025, questa è stata coperta per quasi la metà (44%) dal gas naturale.

Rispetto ad altri stati europei, l’Italia è tra i primissimi posti per dipendenza dal gas:

  • In Francia, il gas rappresenta circa il 5% della domanda nazionale, grazie al massiccio contributo del nucleare. 
  • In Spagna, il gas compone il 20%. Questa quota è in progressiva diminuzione grazie a investimenti record nel rinnovabile, che nel 2026 sta coprendo fino al 60% del fabbisogno nazionale.
  • La Germania ha un modo tutto suo per abbassare la dipendenza da gas (15% nel 2025): importa energia rinnovabile dall’estero. Naturalmente, ciò non abbassa la dipendenza dal gas naturale (41% del consumo totale tra elettricità e riscaldamento), ma le ragioni sono diverse: si tratta di un paese con temperature diverse dall’Italia, che deve affrontare inverni più rigidi.

Tra il problemi legati a un uso così esteso di gas naturale, oltre all’impatto climatico, c’è anche la dipendenza da altri paesi.

Infatti, circa il 95% del gas naturale utilizzato in Italia proviene dall’estero, mentre la produzione interna copre meno del 5% del fabbisogno.

In passato ha causato non pochi problemi: ne è un esempio la crisi energetica del 2022, legata allo stop dell’importazione del gas russo dopo lo scoppio del conflitto russo-ucraino. In quell’occasione, il prezzo del gas è schizzato a causa di questa scarsità e di conseguenza anche quello della luce.

Anche oggi, in modo più contenuto, stiamo vivendo una situazione simile: ciò accade perché l’alta dipendenza espone l’Italia alla volatilità dei prezzi globali. Ogni crisi geopolitica causa un aumento dei prezzi per problemi di approvvigionamento, a differenza di nazioni con mix energetici più vari.

Abbiamo elaborato un piccolo approfondimento sul conflitto in Medio-Oriente per spiegarti meglio cosa sta succedendo 👇

La dipendenza italiana dal gas e la crisi in Medio Oriente

Se serviva una conferma della necessità di accelerare la transizione energetica verso le fonti rinnovabili, è arrivata quest’anno, con le nuove tensioni internazionali: siamo ancora lontani da avere un’energia – almeno elettrica – pulita.

I fatti sono noti: con la chiusura dello Stretto di Hormuz, e la riduzione delle importazioni di gas naturale dal Qatar, il PSV è schizzato del 48% da inizio marzo a inizio aprile.

Questo incremento ha avuto una diretta ripercussione sul PUN GME, indice di prezzo della luce: poiché il gas rimane una delle fonti principali della produzione dell’energia elettrica, e al suo aumento corrisponde direttamente una crescita del prezzo della luce (+19% sul mese precedente).

Il punto è che l’Italia è più esposta degli altri grandi paesi europei. Rispetto a Francia (+5%) e Spagna (+6%), secondo un’analisi di Segugio riportata da Affari Italiani, le offerte a prezzo fisso dopo un mesesono già aumentate del 46%.

A tal proposito, le politiche europee esortano al perseguire il più possibile l’indipendenza energetica, con un focus sulle rinnovabili per superare i problemi burocratici e incentivarne lo sfruttamento.

Davanti a questi problemi, c’è un solo modo per invertire la tendenza: investire in fonti rinnovabili 👇

La sfida italiana della transizione energetica

L’Italia, grazie alla sua posizione geografica nel cuore del Mediterraneo e a una conformazione territoriale estremamente variegata, è uno dei paesi europei con il maggiore potenziale per la produzione di energia da fonti rinnovabili. In particolare:

  • Il Centro-Nord, con l’arco alpino e la catena appenninica, è più deputato alla produzione di energia idroelettrica.
  • Il Sud Italia, grazie all’irradiazione solare più elevata, è perfetto per la produzione fotovoltaica.
  • Le Isole e le regioni costiere del Sud (come Puglia, Campania e Basilicata) sono adatte per l’energia eolica per la loro frequente ventilazione.
  • La Toscana è la regione dove si concentra di più la produzione di energia geotermica.

Nei fatti, però, possiamo fare di meglio: secondo i dati Terna, lo scorso anno le fonti rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda elettrica, una cifra inferiore rispetto al 42% del 2024.

Ma quali sono le fonti rinnovabili che coprono di più questo 41%? Scopriamolo insieme 👇

Rinnovabili: stato dell’arte, problemi e soluzioni

Scopri di più sulle energie rinnovabili 👇
Energia idroelettrica

Prodotta soprattutto in Piemonte, Trentino-Alto Adige e Lombardia, l’energia idroelettrica ha rappresentato per molti anni la principale fonte rinnovabile in Italia, detenendo un primato che ha accompagnato a lungo lo sviluppo del sistema elettrico nazionale.

Negli ultimi tempi, però, la sua quota è leggermente diminuita, mentre altre fonti pulite hanno registrato una crescita più rapida: secondo i dati TERNA, nel 2025 l’Italia ha coperto il 12% circa della copertura della domanda energetica nazionale (contro il 16% del 2024). 

Il calo della produzione nel 2025 è stato significativo: -21,2% rispetto al 2024. Le ragioni principali sono legate ai cambiamenti climatici:

  • La riduzione delle precipitazioni nevose e la progressiva erosione dei ghiacciai stanno alterando i regimi idrici alpini.
  • I periodi di siccità sempre più frequenti abbassano il livello di riempimento dei serbatoi. Il bacino del Po, che da solo ospita il 74% degli impianti idroelettrici italiani, è tra le aree più colpite.
  • L’impatto ambientale: la realizzazione di dighe e bacini può comportare disboscamenti, alterazioni del paesaggio e modifiche all’ecosistema fluviale, soprattutto in zone dove l’intervento umano è più invasivo.

Nonostante questo, l’idroelettrico resta una risorsa strategica: a differenza di solare ed eolico, è una fonte programmabile, capace di produrre energia quando serve davvero. Oggi l’attenzione si concentra su interventi di miglioramento che consentano di valorizzarlo ulteriormente:

  • Si lavora sull’ammodernamento degli impianti esistenti, così da aumentarne l’efficienza e ridurre le perdite energetiche.
  • Si sta sviluppando il micro-idroelettrico, particolarmente utile nelle aree montane e nei piccoli corsi d’acqua.
  • Si investe nella gestione intelligente dei serbatoi: l’acqua può essere accumulata in momenti di bassa richiesta e rilasciata quando i consumi aumentano, grazie anche agli impianti a pompaggio.
Energia fotovoltaica

Il fotovoltaico è sempre più diffuso anche nelle abitazioni italiane, dove gli impianti sui tetti hanno contribuito in modo decisivo alla crescita della produzione solare nazionale. 

Nel 2025 il solare ha raggiunto un record storico di produzione: 44,3 TWh, in crescita del 25,1% rispetto al 2024, grazie a un miglioramento della capacità della rete elettrica e al maggiore irraggiamento.

Secondo i dati Terna, il fotovoltaico copre oggi il 14,2% della domanda elettrica nazionale (era l’11,3% nel 2024).

Oltre a essere una delle soluzioni più adottate per la produzione domestica di elettricità, l’energia solare si distingue per la sua grande versatilità. È utilizzata per alimentare sistemi di ricarica per veicoli elettrici, mezzi che integrano pannelli solari, satelliti e veicoli spaziali, oltre ad apparecchiature di uso quotidiano e edifici situati in aree isolate.

La distribuzione sul territorio, però, non è omogenea: per numero di impianti guidano Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, mentre per potenza installata spicca la Puglia, che concentra la maggiore densità di impianti di media e grande taglia. Il Sud e le Isole, pur godendo dell’irraggiamento solare tra i più elevati d’Europa, restano ancora indietro in termini di diffusione.

Nonostante i numeri incoraggianti, il fotovoltaico non riesce ancora a esprimere tutto il suo potenziale. I principali ostacoli sono:

  • La naturale “intermittenza” della fonte: il sole produce solo di giorno e con rese variabili in base a stagione e meteo, rendendo indispensabili sistemi di accumulo che oggi sono ancora sottodimensionati rispetto alle necessità della rete.
  • L’inadeguata diffusione di sistemi di accumulo: le batterie, fondamentali per lo stoccaggio dell’energia solare, sono prodotte al più del 75% in Cina, i cui prezzi sono volatili e soggetti a dinamiche geopolitiche.  
  • La burocrazia: iter autorizzativi complessi e una normativa frammentata tra Stato e Regioni rallentano l’approvazione di nuovi progetti. Secondo Legambiente, quasi 7 su 10 restano bloccati.
  • L’inadeguatezza delle reti di trasmissione da Sud a Nord, che non riescono a trasmettere tutta l’energia rinnovabile prodotta nelle regioni meridionali. In alcuni momenti, alcuni impianti sono addirittura spenti o limitanti perché la rete non sostiene il volume di produzione. 

La riduzione degli incentivi fiscali (fine del Superbonus, chiusura dello Scambio sul Posto), che ha frenato soprattutto il segmento residenziale: gli impianti sotto i 20 kW hanno segnato un calo del 30% nel 2025.

Energia eolica

Negli ultimi anni, l’eolico si è affermato come una delle tecnologie più promettenti per ampliare la produzione pulita del Paese, grazie sia alle condizioni favorevoli presenti in diverse regioni.

Quando si parla di eolico, è utile distinguere tra due tipologie principali:

  • Onshore (a terra): sono i parchi eolici costruiti sulla terraferma, su colline, altopiani o lungo le coste, dove il vento soffia con intensità e costanza. Rappresentano la quasi totalità degli impianti attivi in Italia.
  • Offshore (in mare): le turbine vengono posizionate in mare, a qualche chilometro dalla costa, ancorate al fondale o montate su piattaforme galleggianti. In mare il vento è più forte e regolare, ma i costi e le complessità tecniche sono più elevati.

Secondo i dati Terna, la produzione nel 2025 si è attestata a circa 21,4 TWh (in lieve calo del 3,3% rispetto al 2024, per via di una minore ventosità), coprendo il 6,9% della domanda elettrica nazionale. La produzione è molto concentrata: il 91% si trova in sei regioni del Sud (Puglia, Sicilia, Campania, Basilicata, Calabria e Sardegna) dove le condizioni di vento sono più costanti e intense.

Le prospettive future confermano una tendenza positiva. In Italia, la produzione complessiva derivante dal vento potrebbe raddoppiare nell’arco di un decennio.

Tuttavia, anche l’eolico fatica a esprimere il suo pieno potenziale. I principali freni sono:

  • L’instabilità della fonte: il vento non soffia sempre, né ovunque con la stessa intensità. La produzione può quindi variare e richiede sistemi di accumulo o integrazione con altre fonti.
  • La burocrazia e i tempi autorizzativi: secondo ANEV, per ottenere l’autorizzazione a costruire un parco eolico servono in media quasi 5 anni. Un tempo durante il quale la tecnologia stessa evolve, costringendo a riaggiornare i progetti;
  • L’impatto sul paesaggio e la rumorosità: le pale eoliche possono deturpare zone panoramiche e produce infrasuoni che possono essere fastidiosi per chi ci vive intorno. Per questo, spesso i cittadini delle potenziali zone da sfruttare si oppongono all’installazione delle pale.
  • La dipendenza dalla Cina per alcune parti delle turbine: otto dei dieci maggiori produttori mondiali di turbine sono cinesi. I produttori europei faticano a competere sui prezzi, ma affidarsi alla Cina pone rischi di sicurezza strategica. Si tratta di unimpasse che frena le nuove installazioni.

In particolare, l’eolico offshore è ancora fermo ai blocchi di partenza: l’unico impianto in mare operativo in Italia è a Taranto, entrato in funzione nel 2022 dopo 14 anni di attesa. Al Ministero risultano 93 progetti presentati, ma la quasi totalità resta bloccata tra valutazioni ambientali e ritardi normativi.

Proprio l’eolico offshore galleggiante rappresenta la grande opportunità futura: grazie alla posizione centrale dell’Italia nel Mediterraneo e alla vastità delle sue acque territoriali, il potenziale è enorme.

Energia geotermica

L’energia geotermica è prodotta soprattutto in Toscana, dove si trova Larderello, in provincia di Pisa, sede del primo esperimento al mondo di produzione di elettricità dal calore del sottosuolo. 

Ancora oggi l’Italia resta un punto di riferimento internazionale in questo campo, con oltre 30 centrali attive nelle province di Pisa, Siena e Grosseto.

La produzione di energia geotermica in Italia rappresenta una quota ridotta rispetto alle altre rinnovabili, circa l’1,7% della domanda elettrica nazionale nel 2025. 

Il suo vantaggio principale è che, a differenza di sole e vento, il calore della terra è sempre disponibile: un impianto geotermico può produrre fino a 8.000 ore l’anno, contro le circa 2.000 dell’eolico e le ore variabili del fotovoltaico. Questo la rende una fonte programmabile e stabile.

Nonostante questo, la geotermia in Italia fatica a superare questa quota di produzione. I principali ostacoli sono:

  • I costi iniziali molto elevati: perforare il terreno e installare un impianto richiede grandi investimenti, con il rischio aggiuntivo di non trovare risorse adeguate in fase di esplorazione.
  • La burocrazia e l’iter autorizzativo complesso: le risorse geotermiche sono classificate come risorse minerarie, con un percorso di permessi lungo e frammentato.
  • L’opposizione delle comunità locali: soprattutto nell’area del monte Amiata, dove le centrali emettono livelli più alti di CO₂ e ammoniaca, alcuni comitati di opposizione rallentano i nuovi progetti.
  • Gli incentivi inferiori a quelli europei.

Le prospettive future, però, sono promettenti. Accanto alla geotermia tradizionale si sta sviluppando la geotermia a bassa entalpia: in questo caso, il sottosuolo viene utilizzato come serbatoio termico per riscaldare e raffrescare gli edifici tramite pompe di calore, una soluzione applicabile su tutto il territorio nazionale e non solo in Toscana.

Biomasse

Le biomasse rappresentano una fonte di energia rinnovabile spesso con un ruolo tutt’altro che marginale nel mix energetico italiano.

Con il termine biomasse si intendono tutti quei materiali organici (scarti agricoli e forestali, residui dell’industria agroalimentare, letame, rifiuti urbani biodegradabili) che possono essere trasformati in energia elettrica, calore o biocarburanti attraverso alcuni processi chimici.

In Italia si contano oltre 2.500 impianti a biogas e biomassa, concentrati soprattutto nelle regioni agricole del Nord: Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna guidano la classifica, grazie alla grande disponibilità di scarti delle filiere zootecniche e agroalimentari. Nel 2025 le bioenergie hanno coperto circa il 5% della domanda elettrica nazionale.

Il grande vantaggio delle biomasse è duplice: da un lato trasformano rifiuti e scarti in energia utile; dall’altro, come la geotermia, offrono una produzione costante e programmabile, non dipendente da sole o vento.

Tuttavia, le biomasse sono anche la fonte rinnovabile più dibattuta. I principali nodi critici sono:

  • Le emissioni in fase di combustione: bruciare biomassa produce CO2. Le emissioni sono inferiori a quelle dei combustibili fossili, ma non sono nulle.
  • Il conflitto con l’uso alimentare del suolo: le colture energetiche dedicate (come mais o colza) possono sottrarre terreni all’agricoltura alimentare, con il rischio di far salire i prezzi del cibo.
  • I costi della filiera: raccolta, trasporto, essiccazione e lavorazione delle biomasse hanno un costo significativo, che incide sulla competitività rispetto ad altre rinnovabili;
  • Il ritardo normativo: l’Italia non ha ancora recepito la direttiva europea RED III sui criteri di sostenibilità delle biomasse, generando incertezza tra gli operatori e rallentando i nuovi investimenti.

Le prospettive future puntano soprattutto sul biometano, una sostanza rinnovabile ottenuto dalla purificazione del biogas, che può essere immesso direttamente nella rete del gas naturale in sostituzione del metano fossile.

Energia green in casa: riscaldamento, energia elettrica e altre scelte consapevoli

Ridurre l’impatto ambientale della propria abitazione non è solo una questione etica, ma anche un’opportunità concreta per tagliare i costi in bolletta. Oggi esistono diverse strade per rendere la propria casa più sostenibile ed efficiente:

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Riscaldamento green

Abbiamo visto che il riscaldamento è una delle principali cause di emissioni, ma non solo: secondo uno studio di Legambiente del 2021, il solo riscaldamento residenziale pesa il 64% sulle emissioni di PM2,5 e il 53% su quelle di PM10 (le cosiddette “polveri sottili”).

Infatti, sarà proibito produrre e commercializzare caldaie a gas a partire dal 2040, mentre già dal 2025 non ci sono più incentivi all’acquisto.

Chi desidera abbandonare le caldaie tradizionali a gas può orientarsi verso tecnologie di riscaldamento a basso impatto ambientale. Eccole brevemente:

POMPA DI CALORE

La pompa di calore aria-acqua sfrutta l’energia termica presente nell’aria esterna per riscaldare l’acqua dell’impianto domestico, eliminando completamente il consumo di gas. 

È la soluzione più efficiente in assoluto, che prevede zero emissioni e consumi minimi di energia elettrica. Inoltre, funziona sia per il riscaldamento che per il raffrescamento. 

Di contro, è indicata particolarmente per:

  • Chi ha un sistema radiante (a pavimento/a soffitto o parete) e non dotato di termosifoni: l’acqua riscaldata dalla pompa di calore ha una temperatura massima di 55-60°C, mentre i termosifoni solitamente necessitano di una acqua riscaldata a 60-70°C.
  • Chi vive in zone dalle temperature non troppo rigide: se la temperatura esterna è al di sotto degli 0-2°C, la resa della pompa di calore diminuisce. Per questo, un’alternativa potrebbe essere un sistema ibrido, che prevede l’attivazione intelligente di una caldaia a condensazione quando la pompa di calore smette di essere efficiente.

RISCALDAMENTO A INFRAROSSI

Si tratta di pannelli alimentati elettricamente che, una volta installati a parete, soffitto o pavimento, emettono raggi infrarossi a onda lunga capaci di riscaldare direttamente persone e oggetti presenti nella stanza, anziché l’aria circostante. 

Questo meccanismo garantisce una distribuzione del calore uniforme e un comfort percepito molto naturale. I consumi sono contenuti: un pannello alla massima potenza (circa 800 W) assorbe indicativamente 0,8 kWh per ora, e la bolletta del gas viene azzerata del tutto.

È un sistema di riscaldamento indicato per:

  • Chi magari deve ristrutturare casa, perché i lavori di installazione possono risultare invasivi e costosi, soprattutto se si opta per pannelli incassati nelle superfici.
  • Chi non ha una casa molto grande o con numerosi mobili, che ostacolano la propagazione dei raggi.

 

CALDAIA A BIOMASSA

Le caldaie a biomassa bruciano combustibili organici come pellet, legna o cippato, garantendo un’elevata efficienza grazie alla combustione lenta e progressiva. 

Pur trattandosi di una caldaia a combustione, le emissioni risultano meno dannose rispetto ai combustibili fossili. 

Specialmente se è alimentata a legna, è consigliata per chi vive in abitazioni abbastanza isolate o vicino a zone di grande produzione di legname. Inoltre, è un sistema che richiede molta manutenzione ordinaria.

Autoconsumo fotovoltaico

Installare un impianto fotovoltaico permette di autoprodurre parte dell’energia elettrica necessaria in casa, riducendo la dipendenza dalla rete e abbassando la bolletta della luce. 

Senza batterie di accumulo, l’autoconsumo si attesta intorno al 30%, poiché l’energia viene prodotta di giorno ma i consumi domestici si concentrano soprattutto di sera. 

L’aggiunta di un sistema di accumulo risolve questa disparità tra produzione e utilizzo, portando la quota di autoconsumo tra l’80% e il 90%: l’energia in eccesso viene immagazzinata durante il giorno e utilizzata nelle ore serali e notturne.

Pur avendo i suoi costi (tra i 5 e i 10.000 in base ai kWh scelti), si tratta di un investimento con un orizzonte di vita di 25-30 anni, e sono disponibili agevolazioni fiscali come il Bonus Ristrutturazioni e il Reddito Energetico per le famiglie con ISEE più basso. 

💡 Abbinare il fotovoltaico con accumulo a una pompa di calore consente di creare un sistema integrato che può ridurre drasticamente sia la bolletta elettrica sia quella del gas.

Se abiti al nord, conviene installare un impianto fotovoltaico domestico? Assolutamente sì. Anche se le regioni meridionali godono di un maggiore irraggiamento dovuto alla latitudine, questo fattore può essere “corretto” da una giusta inclinazione dei pannelli quando vengono montati.

Infatti, nel 2025 la Lombardia si è collocata al terzo posto per nuova capacità fotovoltaica installata. Al primo posto, la Sicilia, seguita dal Lazio.

Utenze ed elettrodomestici

Oltre alla scelta dell’impianto di riscaldamento o di installare un impianto fotovoltaico, anche gli elettrodomestici e le abitudini quotidiane fanno la differenza su consumi e impatto ambientale. Ecco gli accorgimenti più efficaci:

  • Scegli elettrodomestici di classe energetica A: privilegiare elettrodomestici in classe A (o superiore, dove disponibile) per lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie e asciugatrici permette di consumare meno energia per lo stesso lavoro da svolgere. Il costo d’acquisto è più alto, ma si ammortizza nel tempo grazie ai consumi nettamente inferiori.
  • Opta per un piano cottura a induzione: elimina il consumo di gas in cucina, è più efficiente (scalda più velocemente con meno dispersione) e più sicuro.
  • Installa dispositivi smart: termostati intelligenti, prese smart e sensori di presenza consentono di monitorare e gestire i consumi in tempo reale, evitando sprechi da standby o da dispositivi dimenticati accesi. Alcuni sistemi permettono anche di programmare l’accensione degli elettrodomestici nelle fasce orarie più convenienti.
Offerte luce green

Per dare una mano al pianeta un’opzione possibile è sottoscrivere un’offerta luce proveniente da fonti rinnovabili

Per farlo, esistono sostanzialmente due strade.

La prima è affidarsi alle Garanzie d’Origine (GO), attestati rilasciati dal GSE che dimostrano che una certa quantità di energia è stata prodotta da fonti rinnovabili. Tuttavia, le GO non garantiscono che l’energia consumata in casa sia davvero rinnovabile: l’elettricità immessa nella rete nazionale si mescola tutta insieme, indipendentemente dalla fonte. 

Il fornitore acquista quindi le GO per mostrare sulla carta i kWh venduti, ma può comprarle da un produttore rinnovabile qualsiasi, senza alcun legame con l’energia che effettivamente fornisce. Si paga quindi un certificato, non necessariamente una fornitura realmente verde.

La seconda, più concreta, è scegliere fornitori che producono direttamente energia rinnovabile o che investono nella costruzione di nuovi impianti. Per distinguerli basta verificare la trasparenza sulle fonti di approvvigionamento: un fornitore che gestisce impianti propri e comunica in modo chiaro dove e come produce l’energia offre garanzie ben più solide di chi si limita ad acquistare certificati GO sul mercato.

Team Switcho

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Aggiornato il 16 Aprile 2026
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